>>>free mind corner.

giovedì, marzo 09, 2006

Il nostro tempo

La maggior parte delle cose di questo triste triste tempo mi fa rabbia.
Provo rabbia per la guerra. Per la stupidità degli uomini. Per la straordinaria capacità che hanno nell'ignorare la verità. A volte così chiara, a volte così manifesta e urlante, ma comunque ignorata. Taciuta. Dimenticata.
Rabbia per l'indifferenza. Per i visi occidentali che ancora ridonoridonoridono, che parlano ancora di vittoria, ancora di giustizia...giustizia...nonostante tutto. Nonostante le atrocità, i soprusi, gli interessi illeciti, le vendette personali...rabbia per gli occhi di bimbi che non sanno cos'è esser bambini. Rabbia per il dolore di donne a cui è stato negato il diritto di ogni madre di proteggere il proprio bambino. Rabbia per la distruzione chiamata democrazia.
Rabbia per la morte chiamata liberazione.
Rabbia per la corruzione del mondo intero chiamata "lotta al terrorismo".
Provo rabbia per la poca capacità dell'uomo di ricordare. Per ricordare i perchè delle azioni sensa senso...
Guerra stupida, crudele..Gente stupida, crudele...ed è un triste triste tempo...tempo di rabbia impotente. Implosiva. Devastante per l'anima, e per le belle speranze andate. Per i sogni pieni di colore e i sapori d'evasione...triste, triste tempo.

martedì, marzo 07, 2006

Finezze


...scusate lo sfogo, ma quanno ce vò ce vò...

lunedì, marzo 06, 2006

Reality


-Capisco...- mi fa lo sbirro, comprensivo -ma non ha sentito in tv?-
-Io manco c'è l'ho la televisione...-
Il possesso di una televisione presuppone altri quattro possessi fondamentali: casa, energia elettrica, divano, tempo.
-Vabbè, ma io che ci posso fare? La legge non permette ignoranza...- è perentorio stavolta, vuole chiudere qui la faccenda, il suo turno finisce fra qualche minuto, deve andare via, la partita alla tv, lui che c'ha la paitivvu, mica cazzi...
-Senta agente, io non lo sapevo. Non sapevo che non si potesse fare. L'ho fatto sempre e prima di me lo faceva mio padre e mio nonno. Non ho la tv. E non ho neanche il tostapane.-
-Mi dispiace- (non ci credo) -mi dispiace, ma non è colpa mia se non hai la televisione...-
-...è una colpa non avere il televisore? E averlo e non accenderlo mai? E poi davvero, io non vorrei avercela una televisione...- (il divano si, quello vorrei averlo... grande, rosso...)
-Non è il caso di fare il polemico, forza, seguimi...- mi afferra il polso come gli hanno insegnato ad afferrare i polsi dei comunisti, un po più forte del dovuto ma niente d'insopportabile -avresti dovuto saperlo, tutto qua...la legge è la legge.
- E saresti tu la legge? E io sono un sacro figlio della natura, fratello degli sconfitti e degli oppressi, dei battuti&beati, degli animali e dei fiori. Non sono sottomesso a niente e a nessuno, padrone di me stesso e della mia vita rinnego il presente e nego il futuro, e per quel che mi riguarda non esiste nessun dio e nessuna legge. Per questo sarò sempre nemico dei tiranni e dei prepotenti, degli illusi e dei benpensanti, e non starò mai dalla tua parte...- ...tutto questo non lo dico, lo penso, mi lascio trascinare via, zitto. Chissà cos'altro avrà detto la tv...

domenica, marzo 05, 2006

Voci nella notte (2)

"Ma perchè hai fatto una cosa del genere?"
"Uno, perchè ne ho pieni i coglioni degli stronzi che commentano questi giornali del cazzo. E secondo, per provarti che il ruolo non determina il comportamento... se fosse cosi non avrei potuto sputare in faccia a un cliente, ma l'ho fatto. Quello che dico è che ognuno è padrone del proprio comportamento..."
"Sei senza speranza"
"Mi piace pensare di essere padrone del mio destino"
(Clerks)

venerdì, marzo 03, 2006

Voci nella notte

"Come ti chiami?"
"Butch..."
"E che cosa significa?"
"Sono americano, dolcezza, i nostri nomi non vogliono dire un cazzo".
(Pulp Fiction)

Ultra_Visioni > Jagoda, fragole al supermarket

Fra palloncini tricolori, inviti all'acquisto, pile interminabili di prodotti occidentali che vengono idolatrati con occhi da bambino, o interrogati con incredulità da un anziano, resiste e vuole resistere la semplicità. La purezza.
Non si irrompe qui in un megastore americano -trasposizione grottesca dell’ambasciata degli U.S.A- in quanto simbolo indiscusso della globalizzazione dilagante, del cibo geneticamente modificato, della totale omologazione e assuefazione al mercato occidentale, ma semplicemente per riparare ad un torto subito. Per amore e passione della giustizia. Per amore di una nonna alla quale è stato fatto un torto. É Fragola (o Jagoda), commessa dell’American Store, ad aver perpetrato il “torto”: ha negato ad una dolce vecchietta delle fragole (meravigliosa coincidenza) che le sarebbero servite a preparare una torta di compleanno per il nipote.
E il nipote in questione è proprio il soldato Marko, un ex-combattente (?) che con mitra in mano, si ritrova, inconsapevole, a capeggiare una vera rivolta sentimental-popolare nella ex-Jugoslavia post- dittatura, post-guerra, post-occidentalizzazione.
Fra cori incitanti, bandiere sventolanti, inni patriottici e tifo da stadio, si svolgerà una vera battaglia tra “bene e male”: tra le due correnti di pensiero all’interno della polizia di Belgrado, i “democratici” e quelli a cui invece “piace usare la violenza”, e, all’interno dello stesso Marko, tra la volontà di portare avanti la sua piccola battaglia personale e la capacità di comprendere sentimenti e priorità ben più rilevanti.
In un’atmosfera surreale, guidati da un “Lost in the supermarket” dai sapori balcanici , e da immagini e richiami al maestro Kusturica, ci si sente quasi a far parte di quel pubblico che fuori dal supermercato, come in una festa di paese, incita la rivolta di Marko (non conoscendone neppure le vere motivazioni). E come quel pubblico ci si ritrova sulla propria poltrona a ridere per gli insuccessi delle azioni della polizia e a far quasi il tifo per un buffo ex-combattente e per quella sua pazzia che solo i puri di cuore sanno avere e conservare.


Jagoda u supermarketu
(Fragole al supermarket)
di Dusan Milic
con: Branka Katic,Srdjan Todorovic
2003

C'è confusione sotto le stelle.

Quando il vecchio negro smetteva di fumare in paese si diceva che avrebbe piovuto, fra un'ora o due, al massimo tre. Ad ogni tiro del suo sigaro si innescavano nell'aria essenze primordiali, Babilonia bruciava & con lei le anime di quei dannati Conquistadores, dei gesuiti approfittatori, e bruciava il tempo e il ricordo delle guerre, e l'incendio era una distruzione dolosa, deliberata, autoprovocata.
Tutti in paese pensavano che il sigaro del vecchio negro fosse magico. Quando il vecchio negro fumava sembrava quasi che il tempo si fermasse ad osservarlo, e con esso tutta la gente attorno, e il cielo sembrava più azzurro, e i bambini tutti belli e sani, e anche Dio sembrava più umano. Il fumo denso sbiadiva il contorno delle cose che circondava, i ricordi diventavano certezze, zen & dottrine occidentali, linee & curve, gioie & dolori si mescolavano alle pareti color anfetamina dell'unico bar del paese.
In paese, dov'era un'autorità, una specie di saggio, tutti lo rispettavano e lo ossequiavano, lo riverivano come un papa, il barbiere gli faceva la barba una volta a settimana senza farlo mai pagare e Keith la cieca gli comprava le birre, ma patto che poi lui le descrivesse il tramonto e le raccontasse la Rivoluzione.
Nessuno sapeva il suo nome e da dove venisse, ma dalla durezza delle sue mani si capiva che aveva lottato tutta la vita, e le sue parole nascondevano la tenerezza infinita di chi ha sofferto e perduto.
Aveva fatto la Rivoluzione da giovane, dicevano i bene informati, e poi era scappato perchè i buoni erano diventati cattivi e i cattivi erano rimasti cattivi, e la sua gente ormai lo credeva stecchito da un pezzo.
Ogni tanto qualcuno -i più giovani di solito, irriverenti, ma anche qualche donna- gli chiedeva cos'era la Rivoluzione.
Il suo volto allora si turbava. Con gli occhi di tutti puntati sulle tempie, parlava di Dante e Bakunin, citava Godard e Voltaire, e intanto fumava, fumava,e le parole danzavano accompagnate da cerchi perfetti di fumo bianco, che disegnavano un enorme scarabocchio tra le sue tempie, e le stelle del cielo gli collassavano addosso.
Un vortice di granelli di sabbia negra scompigliava i pensieri di chi lo ascoltava, proprio come una raffica di vento sfoglia che i libri cercando parole che non troverà mai, quando i fogli fanno un rumore simile a quello di vecchie motrici elettriche di altrettanto vecchi vagoni ferroviari.
Parlava di libertà & di scelte, di prepotenti e impotenti, di petrolio e cocacola, malediceva la democrazia e chi la esportava, bestemmiava Dio e la polizia, e fumava, ma pochi lo capivano davvero. Alcuni turisti di passaggio gli lasciavano di tanto in tanto qualche spicciolo per una birra. Pensavano fosse pazzo.
Lui lo sapeva che i pazzi erano altri, accettava e non si stupiva. Niente lo stupiva più.

giovedì, marzo 02, 2006

A Fla.

È la notte che mi tormenta, è il buio che nutre i miei pensieri mentre la musica delle stelle colora il resto di dolcezza, di calma, di noia.
Esco a cercarti.
Cerco certezze, parole nuove, fuggenti attimi di vana felicità, profumi mai sentiti.
Ma è qualcosa che so già di non poter trovare da nessuna parte, perché non è un dove ma è un esserci, e io non ci sono.
Non ho nulla. Non vorrei avere nulla. Non conosco nulla. Nulla mi turba, nulla mi attrae. Fermamente credo che ciò che deve accadere accade.
Fuori è freddo.
Attraverso il nulla mentre il nulla attraversa me.
Le mani mi si serrano, viola, nelle tasche del cappotto.
Un bar aperto.
La tosse fumosa di chi ha sempre qualcosa da raccontare disturba la notte e i miei pensieri, ma ormai sono dentro e poi mi va di bere.
Le mie mani viola afferrano il bicchiere che va giù in un colpo solo.
Alla tua.
Ovunque tu sia.

mercoledì, marzo 01, 2006

Animalismi

Nessuno vedrà mai la mia anima. Leggere i miei pensieri non basta per dargli contorni o colori, la mia anima fugge, al riparo da occhi indiscreti,
fila via veloce tra le lettere e le virgole, sparpagliando le sue metafore dorate sui punti delle i. Al suo passare i sensi s'inchinano, le mani tremano, gli occhi si arrossano. Il suo incedere è furente e deciso, ma leggero, a volte stanco, qualche volta inopportuno, e rischia di cadere. Come quando, davanti al suo rifugio, gira indietro la testa per guardare negli occhi gli occhi da cui fugge, e perde l'equilibrio & la velocità. Ma è un attimo, troppo agile è l'anima, troppo veloce, troppo silenziosa.
La tana dell'anima è il cuore.
Le sue porte sono vertigini.
Nessuno ha mai visto la mia anima. Forse qualcuno una volta ha visto la coda, ma quello fu uno strano incidente.

 
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